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Con i pantaloni lunghi !

Tra le corsie dell’ospedale e tra i monti, i monti e boschi della mia adolescenza in Leventina, ho imparato che ogni salita si affronta meglio insieme. I “pantaloni lunghi” di allora sono oggi la mia armatura di esperienza e resilienza, che porto con me nel lavoro quotidiano di medico.

Olivier Giannini

PD Dr. med.
Membro del Consiglio Centrale della FMH

Portrait Olivier Giannini

È lunedì mattina, quasi le undici. L’adrenalina del fine settimana di picchetto mi risparmia il caffè. L’ospedale ha ripreso il suo battito consueto, scandito da incontri, telefonate e passi rapidi nei corridoi. Conclusa la visita in reparto, affido alla giovane assistente il compito di rivalutare la fragile paziente della 215 e di ridiscutere con il neurologo il caso del migrante somalo. Scendo le scale verso l’ufficio, già immaginando il carico di scartoffie in attesa. Dannata burocrazia!

La giornata era iniziata presto in dialisi, con il capoclinica: un medico laureato in Italia, ricco di esperienza, capace di intuizioni preziose e di rara umanità. Nel corridoio incrocio il responsabile della terapia intensiva: un cenno basta a trasmettere il messaggio. La paziente ricoverata domenica peggiora rapidamente. Sarà da intubare e forse dializzare, è anurica dalla tarda serata. Poco dopo mi ferma Cristina: un antibiotico essenziale non è più reperibile. «Scorte per una settimana, poi nulla.» Penso subito a un’alternativa, dovrò discuterne con il primario. Il telefono squilla di nuovo. Arriva la notizia che il padre del nostro medico assistente è gravemente malato: deve partire subito per il Sud Italia. So bene cosa significa. Anch’io sono figlio unico, e forse è per questo che cerco sempre il sostegno del gruppo: la fatica condivisa rende più lieve la salita.

« La giornata in ospedale corre veloce, come su un ottovolante che non si ferma finché tutti non hanno ricevuto ascolto e risposte utili. »

La chiesetta di Catto (Oratorio di Sant’Ambrogio)

La giornata in ospedale corre veloce, come su un ottovolante che non si ferma finché tutti non hanno ricevuto ascolto e risposte. In ufficio mi attende Paola, una piacevole sorpresa. Mi racconta che nel fine settimana nei boschi di Catto, in Leventina, hanno raccolto molti funghi. Quelle parole aprono un cassetto della memoria: le estati dell’adolescenza trascorse lassù, quando da Lurengo si partiva per l’Alpe di Chièra attraverso un bosco fitto, tra tronchi, rovi e ortiche che graffiavano le gambe. Su quei sentieri ho imparato l’utilità dei pantaloni lunghi: a tredici anni non lo capivo, ma crescendo sì.

La memoria corre all’agosto del 1982, sul treno che da Chiasso saliva verso la Leventina: valigie pesanti, nostalgia e gioia. Tre settimane di campeggio a Catto significavano libertà, camminate infinite e cieli immensi.

« A Catto in Leventina, ho imparato che crescere significa scoprire ciò che, un giorno, ti sarà d’aiuto per tutta la vita. »

C’era Don Willy, che educava più con la bontà e il suo esempio che con le parole. Nel bosco dei nani imparavi il coraggio, scoprivi l’amicizia, assaporavi la bellezza semplice della natura. Senza telefonini, senza password, comunicavi con tutti. Senza internet, vivevi una realtà più autentica di qualunque schermo. Ammiravi la tenacia della signora Ada, l’autorevolezza di Ettore e l’amore per la terra dei contadini di montagna.

Ricordo ancora il profumo del fieno appena tagliato, le labbra viola di mirtilli, i Sistròi come li chiamano lassù, il vento fresco di fine agosto che dal Pizzo Pettine scendeva verso Lurengo, e i rientri dalle gite sulla Strada Alta, con il cuore pieno di aspettative.

Oggi, dopo otto giorni di lavoro senza sosta, penso di aver fatto del mio meglio: ho ascoltato, aiutato, curato. Forse ho sbagliato, ma ho comunque imparato. Sempre insieme agli altri, come allora, salendo sasso dopo sasso in fila indiana verso le vette. Il campeggio mi ha insegnato che non si è mai davvero soli: chi abbiamo amato resta con noi, e i consigli restano per sempre.

Veduta sul Pizzo Pettine (Pécian, 2662 m) e sul Pécianett (2764 m) con il lago di Chièra (Lèi Grande di Chièra, 2360 m)

« In ospedale come nello studio medico, proprio come sui sentieri di montagna, si avanza uniti come una squadra: ci si aiuta, si impara gli uni dagli altri e si cresce insieme, passo dopo passo. »

«Buongiorno, il tempo è bello, oggi si va al bosco dei nani: mettete i pantaloni lunghi.»

Quel consiglio della signora Ada non l’ho mai dimenticato. Quei pantaloni li porto ancora con me, ogni giorno. Non di stoffa, ma tessuti di esperienza e resilienza.

«Buongiorno, Mattia, oggi andiamo a cercar funghi: mettiti i pantaloni lunghi.»

«Va bene, papà, ma perché sempre quelli?»

«Perché nella vita sono utili. Ti proteggono e ti ricordano che ogni salita vale la pena di essere affrontata. Con prudenza, passo dopo passo. E meglio ancora, insieme agli altri.»

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